La questione della non-azione
Tutti i grandi Maestri parlano del non-fare all'interno del percorso personale, e sappiamo ormai bene che questa indicazione non si riferisce all'inazione o ad un qualche genere di accettazione passiva ed oziosa delle vicende della vita. Sarebbe facile se fosse così, ma come sempre siamo di fronte a qualcosa di più sottile.
Personalmente associo questo processo all'idea del non essere in conflitto con ciò che emerge dentro di sè, con ciò di cui possiamo farci osservatori: i nostri pensieri, le emozioni, i sentimenti, gli umori, le tendenze, ... Lasciamo ad ogni cosa di noi il diritto e lo spazio di esistere, di agitarsi in noi e di trasportarci lungo la vita, nonchè di trasformarci. Difficile forse da realizzare, ma quantomeno facile da concepire con la mente. Ma anche in questo caso il problema sorge nel dover considerare la pace rispetto a quel "tutto", che strato dopo strato ci spinge ad andare sempre più indietro nell'osservazione.
Ovvero: se accetto di fare spazio in me alla rabbia quando sorge senza contrastarla, allora devo accettare anche il mio tentativo di agire su quell'emozione per allontanarla o cambiarla. Se riesco ad accettare il dolore di un evento, devo poter accettare ugualmente anche il mio rifiuto d stare in quel dolore. E' chiaro il punto? E' chiaro dov'è che la situazione si fa complessa? Diciamo che la vita è perfetta così com'è, riusciamo pian piano a trovare pace rispetto a molte condizioni, nostre o di coloro che abbiamo intorno, ma lo facciamo sempre e comunque partendo da un punto di osservazione che inevitabilmente è mutevole, essendo anch'esso parte di ciò che cambia, di ciò che va a sua volta osservato, di ciò che va lasciato andare.
Se avessimo davvero compreso la questione della perfezione, non avremmo bisogno di commentare o giudicare nulla, e certamente non servirebbe alcuna azione da compiere, se non quelle che sorgono spontaneamente per reazione agli stimoli ricevuti. Ecco, il non-fare è un concetto complicato, perchè si riferisce non ad un soggetto (identità), nè ad un osservatore distaccato, che è ancora qualcuno. Ma soltanto all'osservazione in sè, che ha consumato l'osservatore e ha davvero accolto tutto.
Il tempo che viviamo continua a riportarci al problema di fondo; qualunque strada percorriamo non fa nessuna differenza. Finchè non abbiamo perso tutto, non abbiamo perso niente.

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