La concretezza del percorso interiore


L'idea del percorso interiore porta spesso con sè una certa aura di poca consistenza, qualcosa di bello ma fondamentalmente troppo astratto per cambiare davvero qualcosa. Credo che sia principalmente perchè la pratica che viene proposta, anche laddove si avvale di tecniche spiegabili e comprensibili da realizzare, di fatto non presenta alcuna vera "procedura". E' questo il grande salto. Istruzioni come "osserva il respiro", o "riporta l'attenzione al centro" non sono atti tecnici o matematici, eseguibili in un modo standard. La persona si trova da sola di fronte a se stessa a dover comprendere e sentire che cosa quell'istruzione davvero vuole indicare. Il Maestro, qualunque sia, non può dire più di questo, perchè le parole non servono a niente se non scendono dentro di noi e non diventano noi stessi. Il percorso interiore conduce dalla mente all'esperienza, dove ci siamo soltanto noi, e nessun concetto di noi stessi.

Tuttavia fatta questa premessa, mi pare importante sottolineare che la pratica su cui si insiste tanto serve proprio ad allenare la nostra percezione di noi stessi, per recuperare qualcosa che già siamo ma che abbiamo confuso con altro. A centrare la propria attenzione si impara, a distaccarsi dalle cose si impara, a percepire se stessi si impara. Lo si fa, come per tutte le altre cose, facendolo; così come il corpo apprende nuovi movimenti andando in palestra tutti i giorni e il cervello apprende nuove lingue parlandole. Ma noi, dopo anni in cui abbiamo appreso a vivere in un certo modo, attraverso la mente, con l'attenzione rivolta all'esterno, identificati con qualcosa di irreale, pretendiamo di riuscire ad invertire questa tendenza in un attimo, abbandonando qualunque esercizio non dia risultati immediati.

Per la verità, espressioni come "perdonare", "lasciar andare", ... non sono azioni in capo a noi, e pertanto non sono apprendimenti in se stessi. Quello che si impara con la pratica della Meditazione è riconoscere la propria vera essenza. E' un pò come ricordarsi di avere un altro nome, e iniziare a vivere a partire da quella nuova identità. Quella semplice percezione diversa di sè cambia tutto a cascata, automaticamente. Una volta compreso dove guardare, non restano appigli disponibili per le vecchie illusioni, che quindi ci lasciano andare.

Per quel che mi riguarda, il lavoro quotidiano e continuo che si accompagna alla pratica, è semplicemente il continuo tornare a ricordare ciò che in me è autentico, restando nel sentire delle esperienze proprio per farmi spingere sempre in quella direzione. Ogni soggetto e stimolo diventa parte dello stesso quadro, rimando a quell'unità che non deve mai essere persa di vista. Così, osservare un cane può ricordarmi di respirare più ampiamente; il suono dei miei passi di procedere più lenta; i dolori del mio corpo di avere pazienza; un'immagine nella mente di cantare più spesso. Collegamenti, connessioni continue che intrecciano ogni parte della mia vita e della mia giornata, senza lasciare fuori niente, senza scartare alcun angolo o dettaglio. Perchè ciò che mi fa stare male mi ricorda semplicemente che devo guardare meglio e più in profondità dentro le cose. Non per capirle, ma per dissolverle.

Da lì, in quel vuoto, mi accorgo ad un certo punto che il ricordo non riguarda più nemmeno me: non devo più rammentare di essere silenziosa, ma soltanto il Silenzio. Perchè non esiste altro.

Allora il percorso che conduce dentro di sè diventa più che mai concreto, palpabile, attuabile, attraverso piccoli e continui movimenti verso il costante ricordo di sè. Non vedo cosa possa esistere di più tangibile e percorribile.

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