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Visualizzazione dei post da settembre, 2025

Creazione e dissoluzione

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  Quando dormo profondamente ogni cosa per me scompare, l’universo intero insieme alla mia coscienza.  Poi, al risveglio, il sole è lì. E’ lì perché l vedo, perché me ne è stato insegnato il nome, me ne è stata descritta la natura. L’ho preso per vero, e così l’ho creato estraendolo dall’immaginazione, dandogli realtà solida e un posto nella mia identità. E’ per me che il sole sorge e tramonta ogni giorno, per la mia indubbia certezza del suo moto, talmente indubbia da non occupare spazio nei miei pensieri.  L’intera nostra vita scorre fra queste verità accettate senza alcuna prova, e create come tali, ma in tutta questa quotidianità non c’è alcuna esperienza verificata direttamente: creiamo riflessi distorti e li scambiamo con qualcosa di reale. Una volta che il sole è stato creato nelle mie certezze e allocato al suo posto nel cielo, come posso più dubitarne? Senza bisogno di alcuno sforzo, la sua esistenza è parte stessa di me: sono ciò che sono perché ho deciso che il...

La questione della non-azione

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Tutti i grandi Maestri parlano del non-fare all'interno del percorso personale, e sappiamo ormai bene che questa indicazione non si riferisce all'inazione o ad un qualche genere di accettazione passiva ed oziosa delle vicende della vita. Sarebbe facile se fosse così, ma come sempre siamo di fronte a qualcosa di più sottile. Personalmente associo questo processo all'idea del non essere in conflitto con ciò che emerge dentro di sè, con ciò di cui possiamo farci osservatori: i nostri pensieri, le emozioni, i sentimenti, gli umori, le tendenze, ... Lasciamo ad ogni cosa di noi il diritto e lo spazio di esistere, di agitarsi in noi e di trasportarci lungo la vita, nonchè di trasformarci. Difficile forse da realizzare, ma quantomeno facile da concepire con la mente. Ma anche in questo caso il problema sorge nel dover considerare la pace rispetto a quel "tutto", che strato dopo strato ci spinge ad andare sempre più indietro nell'osservazione.  Ovvero: se accetto di f...

Lasciarsi irrisolti

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  Lasciare se stessi irrisolti potrebbe rivelarsi un’esperienza incredibile. Non significa entrare in una stanza senza volerci mettere mano, ma ben più profondamente, non essere in conflitto con la condizione del disordine.  Tutte le cose tendono all’entropia, ma questa affermazione non è completa: tutte le cose seguono un ciclo eterno di ordine e di caos, entrambi costituendo un’unica natura. Siamo condizionati a pensare di dover lavorare e sistemare ogni nostra ferita o tratto che riteniamo sbagliato, inadeguato, perché non possiamo concedere a noi stessi il tempo e lo spazio per il dolore e la sofferenza che ci attraversano. Puntiamo continuamente al benessere come se fosse una condizione stabile, come se i momenti fra una felicità e l’altra fossero soltanto errori di rotta.  Certo, una ferita richiede cura; quello che non ha bisogno di soluzione è il fatto che veniamo feriti. Lasciarci irrisolti significa riconoscerci in quella natura duale in cui venire feriti non è ...

Quanto coraggio

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  Quanto coraggio ci vuole per sentirsi perdonati? Da un qualche Dio? O da se stessi? Viviamo nel senso di colpa, perché esserne sprovvisti è il più grande peccato di cui possiamo macchiarci. Quanta forza occorre per vedere nel fiume che scorre solo acqua che deve essere lasciata andare? Ben più di quella che occorre per crogiolarsi nel dolore e nella disperazione.  Siamo codardi, lasciando andare la gioia, la facilità delle cose che fluiscono per restare aggrappati all’idea di un universo che si interessa di punirci e di farci sentire sbagliati. Che si interessa di noi. Non è questa superbia, presunzione? Ma per la redenzione, per la salvezza, occorre ben altro, molto più amore di quel piccolo sentimento che ci ostiniamo a definire tale e a vincolare ad ogni possibile condizione.  Per il perdono, bisogna amare senza paura e senza aspettative. Dare, senza bisogno che qualcosa torni indietro. Per il perdono in effetti occorre il sentimento più grande che c’è: l’amore per s...

Fra due battiti

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Mentre guardo un cane a passeggio nel parco, comprendo il valore del tempo ed il significato del sacro. E' totale in ogni suo gesto, scompare in ogni azione. Si prende lo spazio per essere lì, per vivere quell'istante soltanto, senza scivolare altrove, qualunque cosa quel frammento di vita contenga, come se non ci fosse altro.  L'intensità con cui annusa un filo d'erba per interi minuti, diventando tutt'uno con esso, fa dilatare anche il mio tempo. In quell'intervallo che sembra vuoto, ho quasi l'impressione di poter espandere il mio essere sospesa all'infinito, senza consentire mai al tempo di tornare a scorrere. Come se tutto il movimento del vivere dipendesse solo da me, da quanto vuoto mi concedo, da quanto riesco a rallentare fino a rivelare l'immobilità dell'orologio. Come se tutto ciò che ha senso cercare e trovare fosse proprio lì, nel battito inesistente fra due ticchettii di lancetta, lì dove il tempo diventa così rarefatto da scomparir...