Viola e l'Oceano
I
viaggi che si attraversano durante le immagini e le fasi dei trattamenti sono
simbolici. Usiamo questo termine per indicare che lo spostamento non riguarda
certamente il corpo, ma neanche la mente inteso come un artificio fantasioso.
Sono simbolici perché vanno aperti e compresi.
Abbiamo
già parlato dei simboli, di come siano un modo di concentrare più significati,
più piani, più intenzioni. Ma la loro grande funzione è anche quella di
distaccarci da un’immagine per costruirne una più “astratta”: ci aiuta in
sostanza a fare un lavoro di distacco e di traslazione del significato da
un’immagine a qualcosa di intangibile che è ben più vicino alla verità.
In
questo caso però, rimanendo nell’ambito, quello mio con le canalizzazioni, di
un lavoro che non vuole distarsi con l’illusione degli eventi specifici, il
passaggio attraverso le immagini simboliche richiede di comprenderne la
risonanza. Perché qualunque viaggio non è mai dell’altro, ma sempre e soltanto
nostro. Perciò raccontare della storia di qualcuno impone di calare proprio
quella storia su di sé, non esiste altro modo o altro spazio. Fare un
trattamento impone di comprendere che si sta trattando se stessi. Allora le
immagini con cui l’altro si dipinge devono essere in qualche modo srotolate ed
osservate dal proprio punto di prospettiva per ritrovare quel frammento della
propria personale matrice che inevitabilmente è ovunque.
Ricordo
bene il racconto descritto in questo quadro, è quello di un viaggio molto
particolare. Più spesso incontro le Anime quando sono in cammino verso la
propria soglia; in occasioni più rare ho fatto compagnia ad alcune di loro
mentre si addentravano di un passo oltre la soglia stessa, prima che si
dissolvessero. Ma gli incontri come questo che avvengono sull’altra sponda del
fiume sono davvero irripetibili. Siamo immersi in uno scorrere che ci trascina
sempre avanti; così è anche dopo il passaggio che il corpo non può sostenere.
Le percezioni che filtrano da quella porta mentre si chiude, parlano di
qualcosa che prosegue, che va avanti. Ma Viola proprio non ci riusciva. Rivolta
al proprio passato, batteva i pugni sul vetro da cui riusciva a vedere i propri
cari, per farsi sentire, per farsi raggiungere. Quel vetro divideva due interi
mondi, e persino ciò che riempiva gli occhi di Viola era solo un’eco del
passato. Nonostante i suoi genitori provassero lo stesso smarrimento, non
riuscivano a sentirla. La vecchia via che avevano percorso insieme era
inesorabilmente chiusa. Ci volle davvero tanto tempo per arrivare al punto di
catarsi in cui tutta quella disperazione giunta al culmine non fosse più
sostenibile. C’è sempre quel punto in noi da qualche parte: quando il dolore è
troppo forte e ce lo concediamo, prima o poi quel limite ci costringe a
separarcene. Per poterci rimanere aggrappati, noi ne abbassiamo il tenore, come
per rimanere sottotraccia, e lo nascondiamo dentro gli altri angoli della
nostra vita. Viola era morta inaspettatamente ed in fretta. Pensai che fosse
quella la sua difficoltà nel partire, ma in realtà non era così. Non aveva
avuto una vita facile fin dall’inizio, fino a quando non aveva incontrato
questa famiglia, che non solo l’aveva accolta ed accudita, ma ben più
importante l’aveva accettata ed amata per ciò che era. Schiva, libera, distante,
affettuosa a momenti; non le era stato chiesto di essere diversa, cambiare,
adattarsi, non le erano state poste condizioni. I suoi genitori erano capaci di
questo tipo raro di amore. Nel momento di attraversare la soglia, Viola
comprese profondamente la bellezza che aveva ricevuto in dono, sentì di esserne
profondamente grata, e di non averlo detto ai suoi cari. Non aveva detto loro
quanto li amava, di quanto profondamente l’avessero cambiata. E ora che doveva
partire, aveva paura di non poter ritrovare una simile condizione. Voleva
restare. Continuò a lottare per giorni, mentre dall’altra parte del vetro
sembrava di udire lievi sussurri o semplici sensazioni di quella presenza nel
suo attaccamento. Da entrambe le parti mancava la pace. “Mi dispiace Viola, non
ho parole funzionanti da offrirti. Per quanto io abbia tentato, l’unica vera
soluzione che io abbia mai trovato è la resa”. Ad un cercatore non si parla.
Gli incontri visti alla profondità delle Anime sono sempre perfetti, non
necessitano di comprensione. Per superare se stessi bisogna giungere al proprio
limite. Quando Viola lo raggiunse, rimase vuota, senza forze, e si lasciò
cadere. Sotto di lei, l’oceano stava pacifico e quieto, pronto ad accoglierla
nelle proprie profondità. La avvolse e la accompagnò sempre più giù. Mi sarei
aspettata di vederla scomparire nel buio, ma laggiù c’era molta più luce che in
superficie, sempre di più scendendo. Fu allora che Viola spalancò i suoi nuovi
occhi capaci di cogliere l’invisibile, e si accorse che il vetro frapposto fra
i due mondi non era che un’immagine rimasta lassù, nella sua mente: poteva
dividere soltanto un’illusione, mentre dove si trovava lei c’era una sola
corrente indivisa. Viola sentì di aver ritrovato i suoi cari, di poterli
toccare, non come pensava poco prima tramite parole ed emozioni. Stava
diventando parte di quello scorrere, di un’unità in cui sentì di essere parte
di ogni cosa. Come un’onda, lambiva le spiagge di ogni continente, bagnava i
piedi della propria famiglia, faceva parte di loro, così potendo trasmettere
tutta quella grandezza. Non sentiva più paura, perché non poteva più essere
divisa dall’amore. L’acqua diventò a tratti rosa e color oro, poi in una grande
serenità Viola scomparve diventando acqua, diventando Uno. In superficie, le
nuvole che avevano velato il cielo lasciarono spazio al calore del sole, mentre
una miriade di farfalle colorate risaliva dalle profondità dell’oceano per
unirlo al cielo. Appariva come un bellissimo arcobaleno.
Mentre
osservo questo quadro, tutto il racconto di Viola diventa soltanto un suono
inudibile. Lei è in quel silenzio, da cui arriva sempre una grande pace.
Le
parole restano un istante, ma poi lasciano andare la mente. Nessun viaggio è
dell’altro, riguarda sempre soltanto noi. Sono annegata con Viola in quel mare,
mi sono dovuta arrendere a me stessa come lei, e come lei ho attraversato un
confine oltre il quale lascio le mie parole. Ora sento in quel silenzio, e ho
sempre con me il ricordo di casa.
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